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Il legame tra paesaggio e architettura nei progetti di Alberto Cecchetto al Corradi Outdoor Attitude

Il legame tra paesaggio e architettura nei progetti di Alberto Cecchetto al Corradi Outdoor Attitude

Il nuovo ospite del Corradi Outdoor Attitude Online viene definito, come ricorda il moderatore del workshop Giorgio Tartaro, “uno dei progettisti italiani più internazionali ed eleganti”. 

L’Architetto Alberto Cecchetto vanta infatti una lunga carriera di successi, già a partire dalla metà degli anni ‘70. La sua è soprattutto un’architettura attenta al contesto e al paesaggio in cui si realizza. Un’architettura che attinge alla storia, seppur non ancorandosi eccessivamente al passato ma trattandolo alla luce delle tendenze contemporanee. D’altronde, secondo il progettista, le architetture non vanno reinventate di continuo: in un suo testo, Cecchetto scrive, infatti, che “I modi di sedersi, camminare, cercare il sole o l’ombra rimangono in gran parte invariati nel tempo”. 

Tra i manifesti metodologici più rappresentativi del suo lavoro compaiono i progetti per le Cantine Mezzacorona e la ristrutturazione dell’Hotel Lido Palace di Riva del Garda, entrambi esempi di forte integrazione tra l’architettura e il paesaggio circostante.

Dopo i precedenti interventi del Professor Paolo Portoghesi e dell’architetto Marco Piva, entrambi convinti sostenitori di un’architettura intimamente connessa alla natura, ecco un ulteriore punto di vista che sposta l’attenzione sul dialogo tra l’opera architettonica e il luogo in cui si sviluppa.

Contesto e complessità dei luoghi

Cecchetto muove i suoi primi passi nel mondo della progettazione quando, da studente, prende parte all’esperienza formativa di Ilaud, il Laboratorio Internazionale di Architettura e Urban Design promosso dal suo mentore Giancarlo De Carlo. Il laboratorio, al quale parteciparono diverse università internazionali, si poneva in netta contrapposizione con la cultura accademica predominante dell’epoca, che vedeva l’architettura come del tutto autoreferenziale e autorappresentativa. Non a caso, ricorda Cecchetto, l’Ilaud si basava su due concetti chiave: la lettura dei luoghi, che doveva avvenire secondo una modalità complessa e articolata, e il riuso degli stessi, poichè l’architettura è da sempre condannata a riusare un luogo. 

“Senza avere grandi competenze, colsi il grande interesse e la creatività insiti in un approccio del genere. La prima cosa ad avermi convinto fu un testo di Giuseppe Pagano, che definiva l’architettura dei centri storici come il lessico dell’architettura contemporanea, perché dava risalto al rapporto con il contesto. Era infatti importante che architettura e contesto dialogassero”. Il contesto non andava quindi visto come una difficoltà o un vincolo, ma rappresentava la natura stessa del progetto, il suo incipit ma anche la sua conclusione. 

Cecchetto coglie l’ambiguità del termine “paesaggio”: “Non si tratta di un difetto, ma dell’opportunità di scovare delle risorse creative in ogni luogo. Questa ambiguità permette al paesaggio di fornire diverse soluzioni, articolarsi in molti modi e condensare più significati”. 

L’architettura dei luoghi è il tema centrale del manuale Progetti di luoghi che Cecchetto scrive nel 1981. Mentre la prima parte del testo si sofferma sulla misurazione degli stessi tramite decodificazione, l’ultimo capitolo si concentra proprio sul tema della complessità: “Se vuoi codificare come sei, ti accorgi subito che la tua identità non è data dal fatto di avere un naso, due occhi e dei capelli. Questo modello non è sufficiente a comunicare la vera identità di un individuo. Allo stesso modo, in architettura, elementi come la pietra, il legno e il graticcio, pur ripetendosi di continuo, danno vita a regole compositive sempre diverse. Codificare il valore vero di un luogo significa individuare nella variazione dell’identità un elemento importante.

Un “insegnamento fantastico” che proviene da Goethe: “Sosteneva che in tutte le cose esiste un modello irripetibile. Lo vedi soprattutto nel mondo vegetale, dove hai un tronco e delle diramazioni. Può sembrare che si tratti sempre della stessa cosa, eppure non si ripete mai allo stesso modo, perché l’evoluzione ha fatto sì che ogni essere trovasse un equilibrio con il proprio contesto”.

L’integrazione tra architettura e paesaggio

Il primo lavoro presentato da Cecchetto durante il Corradi Outdoor Attitude è la realizzazione della caffetteria dell’università di Trento, progetto vincitore del Premio Palladio. Punto centrale sono gli alberi. A questo proposito, Cecchetto ricorda lo scambio di opinioni con l’allora rettore dell’università che avrebbe preferito costruire la caffetteria abbattendo un vecchio edificio: “Io invece volevo assolutamente che fosse realizzata sotto i cedri. Alla fine ho avuto la meglio e abbiamo realizzato il progetto come desideravo io, nonostante questo avesse sollevato numerose polemiche”. A detta di molti, infatti, la realizzazione del progetto rischiava di andare a scapito della natura circostante, in particolare degli immensi cedri. “E invece, a distanza di anni, gli alberi sono ancora al loro posto e gli studenti possono mangiare o studiare sotto le loro foglie”. D’altronde, secondo il professionista, l’albero è in grado di regalare una verità, una sensazione così forte che l’architettura non può che mettersi al suo servizio. “Si trattava di un concetto molto forte in Nord Europa ma del tutto assente in Italia. Io lo avevo appreso durante i miei viaggi. Alla fine mi ha premiato”.

Altro progetto vincente è quello per le Cantine Mezzacorona. “Un edificio difficile da capire, alcune cose non mi convincono del tutto ancora adesso. Riguardava un’area molto grande (parliamo di circa 12 ettari) e complessa da gestire”. Come Cecchetto sottolinea, l’elemento di forza del progetto sta nel fatto che si trattasse della riqualificazione di un’ex area industriale. “Lavorando mi sono reso conto che non stavo costruendo un semplice edificio, ma uno zoccolo luminoso dove la roccia restava sospesa. In più, avevo creato i vigneti sperimentali nella parte superiore del fabbricato. Allora non c’era ancora nessuna cantina”. Il risultato ha portato a una corrispondenza perfetta tra paesaggio e costruito, qualcosa a cui molti guardano con orgoglio, ma che tanti altri stentano a considerare. “È un progetto interessante di ricostruzione del paesaggio. Tutti ne riconoscono il valore, tranne gli architetti”.

Il lavoro di Cecchetto per le Cantine Mezzacorona prosegue dopo alcuni anni: “Quando sono tornato lì, la proprietà mi chiese di realizzare una sala da 1500 posti per ospitare le loro poche riunioni annuali. La mia controproposta fu di fare un auditorium che potesse essere sfruttato più facilmente”. E così fu. L’auditorium di Mezzacorona realizzato da Cecchetto oggi ospita circa 180 eventi ogni anno, con grande ritorno per l’azienda in termini economici e di visibilità.

Il ruolo dell’acqua nel definire l’architettura

Altra pietra miliare nell’opera del professionista veneziano è la ristrutturazione e ampliamento dell’Hotel Lido Palace di Riva del Garda, anche questo aggiudicato a seguito di un concorso internazionale. “Mi aveva colpito come tutti i progetti partecipanti proponessero un edificio lungo la strada, senza considerare la presenza del lago. Eppure, le vecchie cartoline rappresentavano l’hotel con l’acqua, la strada era considerata un elemento di disturbo, tutti gli edifici della zona ci tenevano ad avere una stretta vicinanza al lago ”. Cecchetto lavora per sopraelevare di un piano l’edificio vincolante con una vetrata, in modo che le suite dell’hotel possano vedere il cielo e il lago. Subito dopo, realizza la grande vela della hall sorretta unicamente da due pilastri. “La scelta della forma è nata dalla vista sul lago. Sono andato sul posto, mi sono chiesto cosa avrei voluto vedere io e su quella base ho costruito la vela”.

Il progetto per l’Hotel Lido Palace presenta una forte integrazione tra interno ed esterno: “Abbiamo creato la hall dell’ingresso con una porzione del parco portata all’interno. La più grande soddisfazione, per me, è vedere come tutte le persone che mangiano in quelle sale rimangano in silenzio, intente a osservare il lago e il paesaggio circostante. La vetrata è diventata l’unico elemento attrattivo di quella parte dell’edificio”. 

Ancora, un altro esempio a testimonianza del rapporto stretto che esiste tra architettura e paesaggio è il progetto per il centro sportivo di Pieve di Soligo. “Il grande poeta Andrea Zanzotto, originario di Pieve di Soligo, attaccava duramente sul giornale la palestra che stava per essere costruita all’interno dell’alveo del fiume Soligo. Fui chiamato in quanto esperto di paesaggio, e diedi ragione a Zanzotto”. In merito a interventi di questo tipo, Cecchetto sostiene con forza la necessità di quello che definisce un sistema di relazioni: “Qualsiasi intervento pubblico e privato deve farsi carico della ricostruzione della città contemporanea. Non basta agire solo sul proprio lotto di interesse. Bisogna ritrovare la capacità di apportare delle micro suture lavorando sul progetto specifico pur mantenendo una visione globale d’insieme”.

Ed è così che l’architetto “inventa” un argine, quello di bordo dell’alveo del fiume, e su questo costruisce la palestra realizzando le pareti dell’edificio in policarbonato. “Volevo che sulla facciata si riflettessero la luce e le ombre di chi giocava a basket. E che la parete diventasse, con le colline alle spalle, un grande elemento di mobilità. Di fatto, il materiale scelto cambia sempre durante il giorno, a seconda della luce che riflette”.

Il legame con Venezia e la valorizzazione della città

Cecchetto prende poi un argomento a lui molto caro, quello dell’Arsenale di Venezia, che definisce come un tema urbanistico di vita per la sua città. “Il problema di Venezia è che tutto confluisce su un ponte sia ferroviario e sia automobilistico, e questo crea intasamento. L’Arsenale ha un’unica possibilità di decentrare completamente i flussi, riducendo l’ingolfamento che subiscono il Canal Grande e il centro storico”.

Venezia, continua Cecchetto, non andrebbe vista come una città vecchia, perchè oggi, nel post Covid, mostra le potenzialità per rappresentare la città del futuro. Innanzitutto, sostiene l’architetto, è pedonale; inoltre, il suo tessuto urbano mantiene l’indipendenza tra i flussi pedonali e quelli delle merci: “Questo dimostra come il pedone sia il padrone della situazione e l’acqua sia al suo servizio”. 

Tutti questi principi, per l’architetto, sono ben condensati nell’Arsenale, che diventa così un luogo simbolico, la sintesi del costruire sull’acqua. 

L’utilizzo del policarbonato torna nel progetto del Galleggiante Movie Theater per la Biennale del 2014. Per realizzare l’opera, oltre al policarbonato, che permette di ottenere uno schermo più riflettente, Cecchetto adopera solo i pontili del Redentore e una tecnostruttura prefabbricata. 

“Intendevo realizzare un padiglione galleggiante che cambiasse di continuo giocando soprattutto sul riflesso. Questa era l’unica condizione che mi piaceva sviluppare. Se vuoi cercare la mutevolezza dell’immagine devi creare un’architettura in grado di catturarla, che non sia chiusa o muta. E, per ottenerla, mi sono fatto bastare il materiale più povero che si possa pensare e un prefabbricato”.

Come ricorda l’architetto, ci sono pochi luoghi che permettono la realizzazione di un cinema e un teatro itinerante. E non tutti i luoghi d’acqua sono adatti: fiumi, laghi e lagune possono esserlo, il mare certamente no. “La laguna di Venezia era il contesto ideale per sperimentare un cinema/teatro galleggiante da attraccare in diversi luoghi a seconda delle stagioni. Io avevo pensato alla realizzazione di un movie theater che ospitasse centinaia di persone. Volevo qualcosa che, riflettendo la luce e riorganizzandosi, potesse girare per la laguna e appoggiarsi a tutti i luoghi che lì si affacciano. L’acqua è l’unico elemento che permette di fare una cosa simile”.

Un’ultima riflessione riguarda proprio l’importanza degli spazi esterni, che spesso vengono considerati secondari rispetto al focus del progetto. A questo proposito, Cecchetto ribadisce che l’esterno non solo è fondamentale, ma rappresenta anche il punto di partenza: “Io parto dall’esterno per progettare l’interno”. Per l’architetto, gli arredi dedicati all’ambiente esterno dovrebbero presentare due caratteristiche: la prima è la lightness, la leggerezza, la seconda è la pulizia formale. “Che non vuol dire diminuire ma aggiungere. Pulizia e leggerezza sono un vantaggio, non una privazione. Bisogna pensare agli spazi esterni come a dei luoghi specializzati con le loro proprie identità. Dobbiamo ritrovare l’idea dell’esterno come premiante; quando vai a piedi e cammini per la città, quello che vedi all’aperto è fondamentale. La sperimentazione dello spazio esterno è un tema fondamentale”.

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